Personale di GINO DI PIERI

Ai limiti dell’intercisione

Se Di Pieri è poietico, lo è appunto nel senso che, dando forma allo spazio, porta a rappresentazione la cosa: egli però ne sposta l’immagine dal registro dell’essere a quello dell’intersoggettività, risalendo a dove il segno provoca la cesura tra l’oscurità originaria e la significazione, a quel punto inesteso in cui lo spazio amorfo e il senso si coappartengono. Egli occupa lo spazio del frammezzo, il luogo cioè del limite che partecipa sia alla possibilità di pensare entrambi i lati, sia alla vocazione del segno a travalicarne i margini, luogo che è anche lo spazio del dèmone che non cura di articolare il suo pensiero nel reticolo grammaticale del logos. Se l’opera nel suo costituirsi sospende i contatti semantici e sintattici precedenti, indica nel contempo che il non-espresso è l’altro del discorso. È ciò che lo ha travagliato, non avendo mai cessato di circolare in esso fin dall’inizio. Il sogno euclideo e cartesiano non può mai sottrarsi a ciò che turba l’ordine cogente della ragione. Di Pieri sublima l’oggetto del desiderio innalzandolo alla dignità della cosa. Sublima, non idealizza: non si tratta infatti, secondo un malinteso statuto estetico, di abbellire un oggetto ricoprendo quanto di negativo e terribile da esso può emanare, ma di elevarlo alla dignità di cosa perché investito di pulsione libidica: così facendo egli pone una misura, un tra fra la cosa e il soggetto, salvando l’una dall’oscurità, l’altro dall’incomunicabilità, e ne confonde i rispettivi confini. Un Di Pieri intercisore quindi, che tiene sempre vivo il rapporto con l’indeterminatezza dello spazio, come il poeta con quella del silenzio. Il segno di Di Pieri percorre dunque il limes intercisivus tra definito ed indefinito e poiché il limes è discorde e anfibologico, puro accadimento, egli adotta, in serie scalare, il tratto, il segno che distingue e congiunge, il segno cioè che fa da tramite. Data la mobilità dell’orizzonte in cui opera, egli tratteggia un sentiero tra la terra degli uomini e l’horror vacui, tra la sicurezza del paesaggio e la vertigine del non-paese, a produrre un sistema di segni che intacchi ogni linea di demarcazione, ad alterare la compattezza del testo con tagli ed innesti fino ad aprirlo all’altrove, in un duplice gesto che separa e unisce. E vi transita, pur mantenendosi saldamente sul limen, sulla soglia della rappresentazione, forzandone cardini e margini, facendo intravedere i varchi e le fessure, rivelandone punti di frattura e sutura. Si direbbe, la sua, una scrittura “ai limiti dell’intercisione”, esito ossimorico di radice ed erranza. Il limite va preservato solo se è ulissicamente infranto. È frammezzo segnico che tanto scorregge lo sguardo da ingenerare una diplopia, uno sdoppiamento della vista che determina la visione di immagini diverse e sovrespresse, ben visibili ma non altrettanto evidenti, dunque mai mimetiche; così anche il lettore più ingenuo, come pure il più smaliziato, è obbligato a collocarsi nell’orizzonte ermeneutico dell’intersoggettività. Questo suo tenersi al segno, che costringe il senso a tracciarsi, consente a Di Pieri di spingersi fino all’origine in cui cosa e spazio convivono, in cui la cosa diviene grazie allo spazio e questo, grazie a quella, si emancipa dal vuoto. Egli ci propone così un’esperienza radicale del limite che porta all’incontro con l’altro, in quel punto d’inizio e di fine in cui prende forma il senso dell’uomo e lo rivela ‹‹nel fondamento più nascosto della sua essenza soltanto quando, a suo modo, è come la rosa – senza perché›› (M. Heidegger).

Pier Franco Uliana