Personale di SILVIO MERLINO

Ritirata Strategica

Oggi la realtà sociale e culturale è dominata da sistemi totalitari: l’ideologia politica, la psicoanalisi e le scienze, che risolvono all’interno della propria ottica, del proprio progetto, le antinomie e gli scarti prodotti da essa nel suo farsi. Il sistema sociale è negativamente protetto da un altro sistema, tipicamente religioso, che possiamo chiamare della cultura delle previsioni.
Tale sistema stringe la vita dentro un campo di concentrazione che ne assottiglia dalle vie tortuose e imprevedibili in cui si forma. Il campo religioso delle ideologie, dell’ipotesi psicoanalitica e scientifica, tende a rendere funzionale al sistema tutto ciò che è diverso e antieconomico. Tende a riciclare e convertire nei termini del funzionale e del produttivo tutto ciò che invece nasce dalla pratica strabica della realtà. Lo strabismo è la pratica divaricante dal sistema totalitario e totalizzante del pensiero occidentale, irriducibilmente logocentrico, che tende a ricomporre il conflitto e a ristabilire la pace sociale, utilizzando la mistificante nozione della dialettica, della soluzione di ogni dissidio attraverso l’uso meccanico della categoria dello scontro e del confronto. Ciò che invece per Silvio Merlino non è riducibile a confronto, nel senso che non può confondersi con la vita, è l’arte che serve sempre a spingere l’esistenza verso condizioni di impossibilità. L’impossibilità, in questo caso, è la possibilità di tenere la creatività artistica ancorata al progetto della propria produzione, basata, non demagogicamente sullo scontro tutto ideale e idealistico con la realtà, bensì sulla coazione a porsi in una posizione di necessaria lateralità, mediante la pratica dell’errore e dello sbaglio.
In questo senso la produzione di Merlino è eccentrica e tautologica, si muove lungo sentieri che richiedono altra disciplina e altra concentrazione. Qui la concentrazione diventa deconcentrazione, rottura del bisogno sociale, immissione in esso di un livello negativo. Il negativo dell’arte come idea del lutto, come possibilità di riparare alla perdita iniziale, alla rottura del sistema inconscio, delle relazioni iniziali, e anche delle relazioni del sistema sociale. Per Merlino l’arte è sensibilità armata di un’esperienza intransitiva che rivolge le proprie armi dentro il proprio ambito, che affonda i propri utensili all’interno di una produzione paradossalmente materiale che rimuove la piramide del pensiero logocentrico, partendo dalla posizione del frammento e approdando infine a quella nomade, che coincide con l’atteggiamento dell’errare, dello spostamento metonimico del desiderio, costituito dall’opera d’arte.
Ma la vita si presenta nel suo comportamento, quasi sempre, come un assassino che cancella progressivamente le proprie tracce durante le fasi del delitto. Una sorta di ipocrita lavaggio a secco che rimuove ogni reato e riporta la vita a un livello passabile di formale convivenza.
La vita nella globalizzazione di un presente altamente produttivo giocato sul profitto, non ammette sbagli e differenze di sorta. Per questo si scatena sistematicamente una caccia all’errore per omologare ogni cosa, eliminare la differenza e l’identità del suo portatore.
La vita è come un enorme kleenex a cui merlino risponde con la macchia dell’arte. Su tessuti acrilici ostinatamente dipinge arrovellati percorsi impressi di macchie che per i popoli precolombiani erano i segni di una scrittura come prove di comunicazione sociale.
Contro il kleenex collettivo ecco le macchie individuali di Merlino che con spirito resistenziale ne moltiplica la differenza, spostando il linguaggio artificiale del visivo verso l’evocazione di una naturalezza a memoria dell’idea di foresta. Su questi labirinti colano e aderiscono forme di animali che sembrano piovere in verticale sulla tela e dar peso in tal modo a una fame ecologica che solo l’arte ora sembra evocare.
Un’ecologia dell’arte è quella di Silvio Merlino che mette in evidenza la forza morale di un artificio quale prodotto artistico, una sorte di Stele di Rosetta che vuole proiettare a futura memoria l’etica del creare.
All’asettico atteggiamento statistico di parte dell’arte attuale, l’artista napoletano risponde con la coraggiosa ripresa di uno Sturm und Drang, con l’impeto romantico di una volontà di rappresentazione del valore della libertà individuale e del suo bisogno di vedersi proiettata in un sociale non più omologato.

Achille Bonito Oliva
Il kleenex della vita e la macchia dell’arte
Tratto dal catalogo: Merlino – Philomarino Arte Contemporanea – novembre 2009